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Theater

Permettete: mi chiamo Behringer. O Tannhäuser?

«Il rinoceronte» allo Schauspielhaus di Graz: sacchi di plastica grigi, il Tannhäuser di Wagner e un ensemble di grande forza rendono la parabola di Ionesco di un’attualità angosciante.

di Michaela Preiner,

Sarah Sophia Meyer, Franz Solar, Sebastian Schindegger, Oliver Chomik, Anna Klimovitskaya (c) Lex Karelly
Foto: Lex Karelly
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Allo Schauspielhaus di Graz bestioni minacciosi calpestano il palcoscenico. I rinoceronti de «Il rinoceronte» di Eugène Ionesco, messo in scena da Ulrike Arnold, sono in realtà riconoscibili come tali solo vagamente. La loro minaccia e la loro seduzione, però, superano con chiarezza la ribalta e soffocano sul nascere qualsiasi risata.

Eugène Ionesco era un acuto osservatore della società e percepiva in modo sismografico i mutamenti sociali prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale. Il suo ‘Rinoceronte’ viene spesso etichettato come ‘teatro dell’assurdo’. In realtà il sottotesto è tutt’altro che assurdo.

Otiti Engelhardt, Thomas Kramer, Oliver Chomik (c) Lex Karelly
Foto: Lex Karelly

I testi teatrali che a prima vista appaiono semplici e superficiali, quando sono firmati da buone autrici e buoni autori, hanno quasi sempre un doppio fondo. Il dramma di Ionesco, per il quale allo Schauspielhaus di Graz Franziska Bornkamm ha firmato la scena e Anna Lechner i costumi, ha proprio un doppio fondo di questo tipo. Bisognerebbe verificare se in quest’opera esista anche solo una frase che non porti in sé un meta-livello. A sensazione, non ce n’è nessuna. Con la metafora del rinoceronte Ionesco descrive come una società si trasformi, pezzo dopo pezzo, in qualcosa che all’inizio riconosce ancora in modo chiaro e netto come una minaccia. Questo ‘qualcosa’ non è nulla di astratto. Sono piuttosto gli esseri umani stessi che, in parte per paura o per opportunismo, ma in parte anche perché sedotti, si trasformano in creature che minacciano coloro che non vogliono trasformarsi.

Otiti Engelhardt (c) Lex Karelly
Foto: Lex Karelly

I sacchi di plastica grigi delle forme e dimensioni più diverse, gonfiati oppure usati come palle compatte, vengono sbattuti contro le pareti con un fragore che incute paura. Nel corso della vicenda riempiono il palcoscenico sempre di più e invadono gli spazi privati, tanto che anche lì quasi non resta più aria per respirare. Se all’inizio si può ancora ridere di questo comportamento, la risata si spegne a vista d’occhio man mano che un personaggio dopo l’altro, con i pretesti più disparati, si trasforma in rinoceronte. Nella primissima metamorfosi che si rende visibile in scena, quella della signora Ochs, che vuole seguire il marito già mutato in rinoceronte, risuona il tema del Tannhäuser di Wagner, ripreso più avanti ancora una volta. Con grazia Otiti Engelhardt scivola sopra e sotto il mostro di plastica grigia, seguendo una coreografia di impianto teatrale. Il pubblico reagisce in modo diviso. In sala alcuni ridono forte, mentre ad altri questa azione provoca un evidente disagio.

Il commento musicale wagneriano è carico di significato. Con esso diventa infatti di colpo chiaro che il protagonista – il signor Behringer –, l’unico essere umano che resiste fino alla fine e non vuole lasciarsi trasformare, viene paragonato a Tannhäuser. Quel trovatore che anch’egli dovette scegliere tra due mondi diversi.

Sarah Sophia Meyer, Sebastian Schindegger (c) Lex Karelly
Foto: Lex Karelly

Sebastian Schindegger interpreta il signor Behringer per lunghi tratti in modo pacato, nei confronti dell’amico Hans persino sottomesso. Solo quando dichiara il suo amore a Daisy, in questo allestimento sua collega di lavoro, si lascia andare del tutto. Franz Solar, Oliver Chomik e Otiti Engelhardt devono padroneggiare più ruoli. Tutti magnifici, con costumi e trucco che cambiano e che, grazie all’uso di parrucche in parte grottesche, possono effettivamente risultare umoristici.

All’inizio la regista ambienta la vicenda nella fredda galleria di un tempio del consumo. Lì si trova anche un ambulatorio veterinario per piccoli animali, dove un proprietario di gatti (Franz Solar) porta più e più volte, preoccupato, il suo gatto. L’open space, in cui si litiga furiosamente sulla comparsa dei rinoceronti dopo che uno di essi ha schiacciato un gatto, compare nella scena successiva e rende evidente che i rinoceronti si stanno diffondendo nel tempo presente. L’isolamento in cui vivono le persone si manifesta nelle abitazioni in miniatura di Hans e del signor Behringer. Isolati, i due uomini abitano questi spazi inospitali, rinchiusi come in una gabbia, incapaci di viverci con gioia. L’estetica fredda della scena corrisponde anche alla freddezza umana che si propaga come un virus, fino a contagiare quasi tutti.

Thomas Kramer interpreta l’amico saccente di Behringer che, con la sua metamorfosi, gli volta consapevolmente le spalle. Per lui i rinoceronti sono più naturali delle strutture sociali degli esseri umani, benché manchino di qualsiasi morale; forse, però, proprio per questo. Come sempre l’ensemble dello Schauspielhaus è in ottima forma. Tutti recitano in modo molto autentico, anche se il testo, tra banalità e profondità, offre tutto ciò che è possibile.

Il messaggio che risuona nel nostro tempo è chiaro e netto, anche se non pronunciato esplicitamente. Un regime che seduce le persone sfocia nell’omologazione forzata. L’individuo non riesce a sottrarsi a questo vortice e alla fine viene completamente travolto. Oppositori od opportunisti, gregari o fanatici: in un contesto come questo non ci sono vincitori, ma solo vinti.

Pubblicato su European Cultural News (ISSN 2308-085X) il 17 ottobre 2026
https://european-cultural-news.com/it/permettete-mi-chiamo-behringer-o-tannhauser/59647/

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