
Un grande sguardo in avanti e uno all'indietro
Austria nel 2073: l'articolo femminile è abolito, adesso si dice «der Mutter» e «der Tracht». Nella sala dei costumi tradizionali del Volkskundemuseum di Graz un collettivo teatrale prova la rivolta e fallisce proprio a causa dell'uomo.
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La svolta politica a destra, ormai una tendenza globale, spinge intellettuali e creativi a riflettere sulle possibili conseguenze di governi radicali di destra.

Il teatro offre l'occasione di mettere sotto chiave molto di ciò che resta inespresso e di mostrarlo chiaramente al proprio pubblico attraverso una consapevole sovraesposizione. Così fa almeno il TIB, il Theater im Bahnhof. E non da ieri. Nella nuova produzione «2073: Die neue Kolonie. Spekulative Posse mit Text von Helene Thümmel» il tema viene affrontato dalla prospettiva di una parte dell'ensemble del TIB. Per lo sguardo satirico basta proiettarsi nell'anno 2073 per poter parlare di tutto ciò che è accaduto nei decenni precedenti.
Ovvero, pensando a partire da oggi: ciò che potrebbe attenderci tutti nel prossimo futuro. L'immaginazione distopica di un governo repressivo, alleatosi con l'Ungheria e fondatore di una confederazione transdanubiana, prende corpo nella sala dei costumi tradizionali del Volkskundemuseum. Un luogo in cui i capi d'abbigliamento esposti sono stati dotati di nuovi pannelli esplicativi dopo la riapertura del museo nel 2022 e che la direzione del museo stessa ha definito una «capsula del tempo». Jacob Banigan accompagna il pubblico nella sala con parole introduttive che spiegano in quali circostanze politiche si troverà nell'anno 2073.

Grazie alla location scelta, gli spettatori riescono senza sforzo a proiettarsi indietro negli anni Trenta, quando il costume tradizionale rivestiva un particolare valore politico. L'austrofascismo con il suo postulato Stato corporativo alimentava l'immagine dell'idillio rurale – idealmente ancora in un costume facilmente identificabile. Coerentemente, questo tema si presta alla perfezione come ingresso nello spettacolo. Gabriela Hiti, Eva Hofer, Elisabeth Holzmeister e Monika Klengel presentano all'inizio al pubblico le vesti – per lo più solo verbalmente immaginate – di una lunga serie di professioni che si sono formate ex novo a causa della crisi climatica e del rivolgimento economico globale. Si parla di persone reclutate a forza per l'impollinazione delle piante – i cosiddetti «pollini» – oppure di una guida subacquea dell'Ausseerland che si immerge con la propria clientela nella città ormai sommersa. Vengono elencati, tra molti altri, una mediatrice internazionale in veste rituale, un macellaio di carne da laboratorio della Mürztal o anche l'«ultima nonna contro la destra», solo per citare qui un piccolo estratto. Che il sostegno alla comunità LGBTQ sia stato vietato e che i «giochi nazionali della maternità» conoscano ora un'allegra rinascita, svolgendosi ovviamente in «costume materno», viene tematizzato esattamente come l'aspetto del costume del principe di Pannonia-Stiria.
Dopo questo abile intreccio drammaturgico-locale, Wolfgang Lampl si unisce alle attrici per entrare con loro in un setting conflittuale dal quale può uscire solo da perdente. Arrivato in ritardo, incassa dapprima soltanto disprezzo e non riceve nemmeno una parte di quella magra razione di merenda che le attrici si scambiano allegramente tra loro in scatole di latta. Presto diventa chiaro che il collettivo si trova in un movimento di opposizione al puro dominio maschile nella loro società. L'utopia dell'ensemble di costruire una «nuova colonia» comprende naturalmente l'assoggettamento di tutto ciò che è maschile, riuscito perfino a bandire la forma femminile dalla lingua tedesca. L'articolo femminile e qualsiasi sostantivo femminile non esistono più. «Die Tracht» diventa «der Tracht», «die Mutter» diventa «der Mutter». Dev'essere stato un compito difficile appropriarsi di questa nuova forma linguistica per lo spettacolo: tanto di cappello per questa prestazione!

Tutto ciò, e il fatto che le donne occupino un ruolo marginalizzato nella vita sociale, sprona il collettivo ancor di più a elevare il proprio genere a unica via di salvezza. Che però nemmeno questo possa funzionare non sorprende e viene perfino esplicitamente tematizzato in una scena. Il desiderio per l'uomo – questa volta inteso soprattutto come oggetto sessuale – non si lascia semplicemente liquidare a parole. Ciò viene illustrato dal dialogo a due di Elisabeth Holzmeister con Wolfgang Lampl. Rapidamente diventa evidente: i due sono uniti da più della semplice utopia della nuova colonia.
L'improvviso passaggio al recitativo – così come apparve per la prima volta in Europa nel Barocco e come viene tradizionalmente coltivato in Asia in varie forme di opera parlata – viene spiegato con la potenza egemonica cinese, che attribuisce particolare valore a questa forma d'arte tramandata. E, per restare in ambito artistico, Thümmel si è anche preoccupata di far scrivere sulle bandiere del suo ensemble la distruzione della prospettiva centrale come una delle presunte cause principali delle forme di società unidimensionali. «In fondo esiste più di una prospettiva» è un ulteriore motto che il regista Ed Hauswirth rende evidente anche attraverso il ripetuto, diverso posizionamento delle attrici rispetto alla loro controparte maschile.
Il testo è disseminato di allusioni socio-culturali tratte dalla politica, dall'economia e dall'arte, come il riferimento ai filosofi americani del movimento dell'estrema destra, la detronizzazione di Bert Brecht o il ricordo degli AVL-Riots, e culmina infine in un canto finale. Realizzato musicalmente da Benno Hiti, risuona l'inno del movimento con il suo appello a rovesciare le «opere degli uomini».
«2073: Die neue Kolonie» è un volo umoristico-assurdo in un futuro in cui le donne, dal sottosuolo del teatro, si ribellano contro una società dominata dagli uomini. Nonostante tutta la loro speranza e tutti i loro sforzi resta tuttavia il retrogusto amaro che ci troviamo davvero su una strada che potrebbe finire in quel vicolo cieco fascista contro il quale la resistenza appare, almeno per lungo tempo, inutile. Chi ama il teatro intellettualmente voluttuoso qui trova pane per i suoi denti!
