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Un saggio sulla fine dell'economia dell'automiglioramento, sull'eredità solidale della borghesia e del movimento operaio, sul ritorno di Spinoza e della Stoa – e sulla domanda di che cosa resti dell'essere umano quando la macchina si fa carico del lavoro.
(Ispirato a un dialogo tra Richard David Precht e Philipp Blom)
Stiamo assistendo a un affascinante spettacolo di rimozione collettiva. Nei piani alti delle aziende, nei convegni e sui media, l'Intelligenza Artificiale viene discussa quasi esclusivamente come ciò che a prima vista sembra essere: la macchina dell'efficienza per eccellenza. Uno strumento che scrive testi, genera codice, formula diagnosi, accelera le pratiche amministrative e abbatte i costi. Ma poiché il cervello umano è costruito evolutivamente per pericoli lineari nel campo visivo immediato e fatica a confrontarsi con sviluppi esponenziali, eludiamo ostinatamente la vera domanda: che cosa succede, in realtà, il giorno dopo che avremo ottimizzato ogni processo?
In una recente puntata della trasmissione dello ZDF «Precht», Richard David Precht e lo storico e filosofo Philipp Blom, sotto il titolo «Warum Vernunft aus der Mode kommt», hanno toccato proprio questo punto dolente. Come Precht vi delinea con acutezza, la prima età delle macchine – quando le capacità della mano umana furono sostituite dalle macchine – segnò l'inizio dell'epoca borghese. Ora però stiamo entrando in una «seconda età delle macchine», in cui l'Intelligenza Artificiale può sostituire ampie parti del lavoro intellettuale di routine e specialistico. Vacilla così un fondamento vecchio di oltre duecento anni: l'abitudine per cui l'essere umano definisce attraverso il lavoro retribuito il proprio posto nella società, i propri contatti sociali, la propria autostima e soprattutto il proprio diritto materiale all'esistenza.
Se oggi le persone guardano a questo sviluppo con disagio, non si tratta di semplice ostilità verso la tecnologia, né di una vana preoccupazione per la perdita di status symbol. È un'angoscia esistenziale profondamente razionale. Abbiamo bisogno di denaro per vivere e per dare forma alla nostra vita. Finché il nostro sistema economico finge che ciascuno debba guadagnarsi l'esistenza vendendo la propria forza lavoro su un mercato che proprio di quella forza lavoro ha sempre meno bisogno, la «liberazione dal lavoro», nel sistema esistente, significa semplicemente il tracollo sociale. A ciò si aggiunge una paura antropologica radicata: l'essere umano teme ogni cambiamento di cui non conosce la meta. E a differenza del dopoguerra, quando – come ricorda Blom nel dialogo – valeva la promessa di ascesa secondo cui i propri figli un giorno sarebbero stati meglio, oggi la Silicon Valley ci consegna sì una visione tecnologica di ciò che è realizzabile, ma nessun progetto di società.
La grande desolidarizzazione – e l'eredità dimenticata dei nostri costruttori di ponti
Ma perché oggi ci riesce così difficile elaborare un simile orizzonte solidale? Se già Blom, nel dialogo, osserva che un liberismo economico piatto, dominante dagli anni Duemila, ha ridotto la libertà al diritto di «ottimizzare sé stessi per il mercato», vale la pena gettare uno sguardo ancora più acuminato sulle conseguenze sociali di questo sviluppo negli ultimi trent'anni.
L'elevazione dell'automiglioramento a massima suprema ha prodotto una narrazione morale perfida: se ognuno è artefice della propria fortuna, allora il successo economico vale come prova di superiorità individuale – e, per converso, la disoccupazione o la povertà come conseguenza di una «pigrizia» personale. È una narrazione che resiste tenacemente, benché uno sguardo sobrio ai numeri mostri che nella maggior parte delle economie occidentali la vera piena occupazione, strutturalmente, non torna più da decenni. Eppure in questi tre decenni abbiamo imparato a prendercela d'istinto con chi sta più in basso: la colpa della stagnazione economica viene cercata nei disoccupati, nei lavoratori a basso reddito e nella presunta «amaca sociale». Nel frattempo, ogni dibattito oggettivo sulla divaricazione storica di redditi e patrimoni – come osserva Blom, i redditi reali dei normali lavoratori ristagnano quasi dagli anni Ottanta, mentre i grandi patrimoni sono esplosi – viene immediatamente soffocato con l'argomento-clava, sfoderato d'istinto, dell'«invidia» o della «tassa sull'invidia».
Questa desolidarizzazione è affiancata da un libertarismo sempre più rumoroso, che Precht descrive prendendo ad esempio ideologi statunitensi come Curtis Yarvin e Peter Thiel, ma i cui segnali premonitori hanno da tempo raggiunto anche la nostra quotidianità economica europea. Benché i mercati, come constata sobriamente Blom, non esistano mai nel vuoto, ma funzionino soltanto perché ci sono tribunali, scuole, polizia, strade e leggi antitrust, in parte del dibattito economico lo Stato fiscale democratico viene sistematicamente delegittimato e inquadrato come «rapina» o «furto» ai danni della proprietà di chi produce.
Questa narrazione libertaria soffre di amnesia storica. Dimentica del tutto come il capitalismo sfrenato del XIX e dell'inizio del XX secolo fu un tempo addomesticato e reso, anzi, capace di sopravvivere – e precisamente grazie a un ponte costruito da due sponde: da una borghesia consapevole delle proprie responsabilità tanto quanto da un movimento operaio risoluto.
Sul versante borghese e contadino, le casse di risparmio non furono fondate per massimizzare i profitti sui mercati finanziari, bensì per responsabilità verso il bene comune, per garantire sicurezza e partecipazione economica ad ampi strati della popolazione. Le casse Raiffeisen e le cooperative nacquero dalla profonda intuizione di Friedrich Wilhelm Raiffeisen: «Ciò che non è possibile al singolo, lo possono i molti.» E le nostre assicurazioni sono cresciute da associazioni di mutuo soccorso, per ripartire i colpi del destino su spalle comuni.
Al tempo stesso il movimento operaio conquistò, contro resistenze enormi, il diritto alla dignità, all'istruzione, alla protezione sociale e alla partecipazione democratica per quei milioni di persone che non disponevano d'altro che della propria forza lavoro. Proprio l'Austria ne ha ricavato, con la fondazione delle Arbeiterkammern, le Camere del lavoro, nel 1920, una conquista democratica ancora oggi esemplare a livello internazionale: le idee del movimento operaio – autoaiuto collettivo, tutela giuslavoristica e previdenziale, tutela dei consumatori ed emancipazione intellettuale attraverso l'istruzione – sono state qui fuse in un'istituzione prevista per legge, che conferisce alle lavoratrici e ai lavoratori una voce scientificamente fondata e politicamente autorevole, alla pari con il mondo delle imprese.
Solo questa interazione – il concorso di senso civico borghese, autoaiuto cooperativo e istituzioni conquistate dal movimento operaio come le Camere del lavoro e il partenariato sociale – ha costruito, dopo la Seconda guerra mondiale, quel ponte su cui la nostra società è giunta a un benessere, a un'ascesa sociale e a una pace interna storicamente senza precedenti. Chi oggi, di fronte alla rivoluzione dell'IA, torna a predicare la divisione e il diritto del più forte, mette la scure a entrambi i piloni di questo ponte.
Il vizio d'origine del primo Illuminismo
Per gettare un nuovo fondamento per il XXI secolo, vale la pena seguire la ricerca di tracce nella storia delle idee condotta da Philipp Blom. Nei suoi libri e nel dialogo con Precht, Blom spiega che ciò che oggi chiamiamo «l'Illuminismo» fu in fondo un'invenzione di barbuti storici dell'Ottocento, che scrissero per la borghesia in ascesa, attorno a pensatori come Kant e Voltaire, una leggenda fondativa su misura.
Quasi tutti questi illuministi moderati, sottolinea Blom, si erano formati in scuole cristiane – spesso gesuitiche. Scrivevano sì contro il trono e la Chiesa, ma mantennero il riflesso di pensiero teologico: dal biblico «Soggiogate la terra» nacque il dominio scientifico sulla natura; dalla storia cristiana della salvezza, la fede lineare nel progresso. E al posto dell'anima cristiana subentrò in Kant la «ragione», chiamata da quel momento a reprimere il proprio corpo, i sentimenti e gli istinti.
Precht integra questa diagnosi con un'osservazione decisiva: mentre l'antico concetto greco di logos univa ancora la razionalità tecnica alla saggezza pratica di vita, nel XIX secolo la razionalità meramente tecnica, orientata allo scopo, se ne staccò e si rese autonoma – fino a culminare oggi, come entrambi diagnosticano, nell'era dell'IA al servizio di obiettivi di potere e ricchezza del tutto irrazionali. L'amara conclusione è questa: proprio in questa razionalità scissa e calcolante l'Intelligenza Artificiale ci ha ormai superati. Chi continua a definire l'essere umano, secondo il metro dell'Illuminismo moderato, come un risolutore cognitivo di problemi al servizio del mercato, nell'era dell'IA lo rende superfluo.
Spinoza, la Stoa e la coltivazione dell'emozione
Blom ricorda però che gli Illuminismi del XVII e XVIII secolo furono in verità molto più complessi, sfrontati e contraddittori. Pensatori dell'Illuminismo radicale come Baruch Spinoza o Denis Diderot si rifiutarono di sottomettere l'essere umano a un dualismo di spirito e corpo di impronta cristiana. Come evidenzia Blom, dal punto di vista di questi pensatori – e della scienza moderna – non siamo esseri puramente razionali posti al di sopra della natura, bensì animali corporei e sociali, i cui scopi di vita più profondi – vicinanza, comunità, cibo, sessualità, avere figli – sono, da un punto di vista economico e formale, del tutto «irrazionali», ma costituiscono proprio la nostra umanità. Se si prende alla lettera questo pensiero di Blom e di Spinoza, nell'era dell'IA esso diventa la nostra ancora di salvezza: quando la macchina si fa carico del nostro lavoro abituale e dell'ottimizzazione, non ci toglie l'essere umani – ci toglie soltanto l'essere macchine, ciò che siamo diventati nell'economia dell'utilità.
Ma come affrontiamo, in quanto esseri corporei ed emotivi, le incertezze di questa svolta? Precht osserva nel dialogo che la borghesia delle generazioni passate reprimeva la manifestazione dei sentimenti, mentre il nostro presente è precipitato nell'estremo opposto: sotto la bandiera dell'«autenticità», oggi ogni sentimento non filtrato viene elevato a verità propria – ma con tanti mondi dell'io atomizzati non si tesse una comunità.
Per colmare questo vuoto tra freddo razionalismo ed emotività senza appigli, si offre il ricorso a una tradizione filosofica che aveva già profondamente segnato Spinoza: l'antica Stoa. Vivere stoicamente, nel senso originario di Seneca, Epitteto o Marco Aurelio, non significa affatto rinnegare i sentimenti. Gli stoici sapevano che non possiamo sottrarci al primo assalto delle emozioni – anche alla paura del cambiamento. La vera arte consiste nel coltivare l'emozione: accoglierla senza seguirla ciecamente, distinguere tra ciò che non è in nostro potere e ciò che possiamo plasmare attivamente, e trasformare così un'angoscia paralizzante in una sovrana capacità di agire.
Il principio del violoncello: perché la libertà richiede esercizio
Ma che cosa plasmiamo, se il classico lavoro retribuito scompare come contenuto centrale della vita? Per rispondere a questa domanda, verso la fine del dialogo con Precht, Philipp Blom offre un'immagine indimenticabile tratta dalla propria esperienza di musicista: se si mette in mano a una persona il violoncello Stradivari più costoso del mondo e le si dice che ora è completamente libera di suonarci sopra qualunque cosa voglia, questa libertà le è del tutto inutile – finché non si è esercitata per vent'anni. Solo chi si assume volontariamente limiti e disciplina, chi si esercita anche contro la propria svogliatezza, conquista quello spazio d'azione in cui la vera libertà diventa possibile. La libertà, dice Blom, non è l'infantile «Faccio quello che voglio», ma uno spazio che non si può comprare, bensì soltanto acquisire con il tempo e la fatica.
È proprio qui, come Blom e Precht mettono in luce insieme, che si annida il più grande pericolo culturale dell'era dell'IA. L'Intelligenza Artificiale ci seduce con la promessa di risparmiarci ogni fatica molesta: Hai una domanda? Ho già la risposta. Non devi più imparare a porre domande, a fare ricerca da solo o a pensare in modo complesso. Se cediamo a questa seduzione, avverte Blom, «tanto vale metterci in naftalina». E Precht aggiunge quanto sarà difficile, nell'era dell'IA, far capire alle persone che devono comunque percorrere queste «lunghe strade lungo le quali si matura», per acquisire una ricchezza interiore che non è più nemmeno economicamente sfruttabile.
Se si trasferisce questo «principio del violoncello» al nostro mondo del lavoro e della vita, diventa chiaro: la vera liberazione dal lavoro retribuito non significa la fine della fatica, ma la liberazione della fatica dal diktat del mercato. Abbiamo bisogno delle lunghe strade dell'esercizio e della maturazione – nella musica, nell'arte, nell'artigianato, nello sport, nel volontariato e soprattutto là dove, come ammonisce Blom, non restiamo soltanto «un dito che scorre e un occhio che guarda», ma ci incontriamo come esseri corporei nello spazio analogico: a teatro, in sala da concerto, al caffè, nel dialogo diretto da persona a persona.
Il compito per il domani
Probabilmente l'inclinazione umana alla rimozione farà sì che affronteremo seriamente il grande dibattito sullo sganciamento tra lavoro e reddito solo quando la pressione sul mercato del lavoro diventerà impossibile da ignorare. Ma i varchi intellettuali per questo dibattito dobbiamo aprirli oggi – non con nuove guerre di trincea, bensì come costruttori di ponti.
Un «secondo Illuminismo» per il XXI secolo deve unire ciò che Blom e Precht hanno avviato sul piano filosofico a un concreto rinnovamento del nostro ordinamento economico e sociale: deve riallacciarsi alla migliore eredità solidale della nostra storia – allo spirito fondativo delle casse di risparmio, delle cooperative e delle assicurazioni, così come alle conquiste del movimento operaio e delle Camere del lavoro. Deve smontare il mito libertario dell'automiglioratore esentasse e fare in modo che gli enormi guadagni di produttività dell'IA, attraverso un sistema fiscale legittimato, finanzino la collettività e tolgano alle persone la nuda angoscia esistenziale. E deve ricordarci, sul piano culturale, che il nostro valore non sta nell'essere computer migliori. Solo quando garantiremo con equità l'esistenza materiale e, al tempo stesso, troveremo il coraggio di coltivare stoicamente le nostre emozioni e di prendere in mano il nostro «violoncello», la crisi della società del lavoro diventerà un Rinascimento dell'umano.
Pubblicato su European Cultural News (ISSN 2308-085X) il 8 novembre 2026
https://european-cultural-news.com/it/il-violoncello-nella-sala-macchine-perche-nell-era-dell-ia-abbiamo-bisogno-di-un-secondo-illuminismo/59654/

